Nco e Raffaele Cutolo. Breve storia del processo

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raffaele cutolo e i pentiti della camorra organizzata

Oltre settecento imputati, tra noti camorristi, delinquenti comuni e volti insospettabili. Alla sbarra sanguinari boss, imprenditori, politici, uomini di spettacolo come Tortora e Califano (poi assolti da ogni accusa) e due religiosi. Una pagina di storia giudiziaria e criminale del nostro paese.

È sempre attuale, considerando gli eventi di cronaca nera che coinvolgono la città di Napoli, addentrarsi nei meandri della storia passata della criminalità organizzata. Provando a riflettere sulle dinamiche passate e quelle presenti, oltre che sulla narrazione che di queste viene fatta, talvolta in maniera un po’ sensazionalistica, soprattutto in ambito televisivo e cinematografico.

Per farlo abbiamo utilizzato come fonte principale un libro di qualche anno fa (“NCO, la vera storia dei cutoliani”, di Simone Di Meo), che offre spunti interessanti e ricostruzioni estremamente dettagliate della vicenda, anche da un punto di vista processuale.

L’aula bunker e la necessità di un processo veloce

Il processo contro la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo vide infatti, a non molti anni di distanza dal maxi procedimento ai danni della mafia siciliana, arrivare alla sbarra ben 711 imputati.

Proprio a causa di un numero così importante, il primo dei problemi fu prettamente organizzativo: bisognava infatti trovare un’aula che potesse contenere tutti gli interessati, cosa impossibile nelle sedi tradizionali del Palazzo di giustizia, di Castel Capuano e di  piazza Neghelli a Fuorigrotta. Si decise così di svolgere il processo all’interno del carcere di Poggioreale, in quella che sarà da allora nota come Aula bunker.

Se i sostituti procuratori, però, erano riusciti a concludere l’inchiesta in undici mesi, le riforme giudiziarie,  a cominciare dalla legge sulla detenzione preventiva, imponevano l’esigenza di una velocizzazione di inchieste e processi, per evitare il rischio di scarcerazione di centinaia di camorristi causa scadenza dei termini.

Un ruolo considerevole lo ebbero i “superpentiti”, i primi nella storia della camorra campana, che contribuirono a scoperchiare un calderone che coinvolse tanti insospettabili: imprenditori, avvocati, politici, uomini dello spettacolo, persino religiosi. Tutti più o meno coinvolti (qualcuno vittima di accuse infondate e infamanti) in rapporti con la nuova camorra di Cutolo.

Le accuse: droga, politica, imprenditoria

L’accusa principale è quella di associazione a delinquere di stampo camorristico, la fetta più grossa della torta è il traffico di cocaina. Il processo ha un impianto dettagliatissimo, basato su migliaia di pagine che ricostruiscono le vicende a partire dal 1970, scandagliando avvenimenti criminali e rapporti con il mondo della politica, oltre che con un’ampia rete di costruttori e imprenditori che assieme e per conto di Cutolo avevano accumulato enormi patrimoni.

Nei fascicoli dell’accusa c’è spazio per politici riusciti a farsi una certa strada grazie alla vicinanza alla Nco e addirittura per due religiosi: una suora che avrebbe distribuito lettere con istruzioni riguardanti affari e atti criminosi da compiere ai detenuti di Poggioreale, direttamente per conto del boss; e il cappellano del carcere di Ascoli Piceno, che avrebbe aiutato i detenuti a introdurre nella struttura oggetti vietati.

Tra i nomi dell’inchiesta comparvero anche personaggi dello spettacolo come Enzo Tortora (accusato dai pentiti addirittura di essere un affiliato) e Franco Califano (chiamato in causa per essersi fatto pagare un concerto con trecento grammi di cocaina): entrambi furono alla fine scagionati da ogni accusa, ma la proclamazione di innocenza non sarebbe certo bastata, per loro come per tanti altri, a cancellare il durissimo calvario fisico e psicologico a cui erano stati sottoposti, e a restituire la dignità macchiata agli occhi del mondo.

Il pentitismo: più ombre che luci

Nella stessa posizione di Tortora e Califano si trovarono altre cento persone, ritenute innocenti e per cui le accuse si rivelarono infondate. Alcuni addirittura risultati vittime di omonimia. Da quel momento lo stesso fenomeno del pentitismo perderà di credibilità e attendibilità agli occhi degli addetti alla materia giudiziaria e dell’opinione pubblica.

Tra i vari pentiti, c’erano stati degli elementi importantissimi della Nuova camorra organizzata, come Gianni Melluso, Pasquale Barra, Giovanni Pandico (detto “l’uomo computer”).

La loro attendibilità, ritenuta bassissima nel primo troncone del processo, fu determinante nel secondo, contribuendo, assieme all’ammissione di colpa di molti degli imputati (soprattutto nel corso della terza tranche del provvedimento) a centinaia di pesantissime condanne, che hanno segnato la storia tanto della giustizia, quanto della criminalità organizzata nel nostro paese.