Dogman: recensione del nuovo film di Matteo Garrone

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dogman il nuovo film di matteo garrone

Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, ha veramente tutte le carte in regola, per essere considerato un prodotto cinematografico d’eccezione. Soprattutto ciò che rende speciale questo film è il suo insistere su una storia che difficilmente avremo occasione di rivedere al cinema in altre pellicole.

Il regista sa ispirarsi profondamente, mantenendosi sul filo sottile che separa la violenza dalla trappola dell’essere davvero atroci. Il film si ispira liberamente a fatti realmente accaduti. Ma andiamo nei dettagli e vediamo di saperne di più su questo prodotto cinematografico che lo spettatore difficilmente riesce a dimenticare.

Dogman: un film dalle scelte azzeccate

Tutto in questo film sembra essere perfetto e particolarmente adatto ad esprimere il messaggio che il regista vuol fare arrivare al pubblico. I dettagli della scenografia, la scelta della location, ambientata soprattutto a Castel Volturno, sanno ricreare le caratteristiche essenziali della periferia di Roma. È un paesaggio che un po’ ricorda Ostia, che viene proposta in una sua forma isolata e degradata.

dogman il nuovo film di matteo garrone

Questo film riesce veramente a toccare le emozioni più profonde dello spettatore, quasi imprigionandolo e non lasciandolo andare facilmente. È come una morsa, che porta ad un abisso che sconvolge, in un mondo dove dominano la cattiveria, l’egoismo, lo squallore e la violenza. Il mondo di Dogman è una dimensione in cui vengono a mancare i sentimenti più puri, come l’amicizia e la compassione.

Anche la legge può rivoltarsi contro gli stessi individui. Sembra che domini la legge del più forte, del più cattivo, e su tutti i personaggi permane un velo di solitudine, difficile da scrollarsi di dosso.

Dogman : La scelta del cast e l’assenza di speranza

Matteo Garrone ha perfettamente scelto il cast per girare questo film. Fra gli attori principali c’è Marcello Fonte, che interpreta il personaggio di Marcello. Ma possiamo ricordare anche la mirabile interpretazione di Edoardo Pesce, nel ruolo di Simoncino. E poi ancora Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Gianluca Gobbi e Alida Calabria, che interpreta la figlia di Marcello.

Tutti questi volti del mondo cinematografico sanno interpretare bene i loro ruoli e si muovono con grande naturalezza in un mondo dominato dall’assenza di speranza. Il regista trascina il pubblico in quei tunnel ciechi che riesce a costruire.

Anche il mare riesce ad essere meno bello di quello che in realtà è. Ma il pubblico non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere o almeno di lasciarsi illudere che la realtà proposta dal regista è proprio quella che il mondo rappresenta.

Forse soltanto alla fine si riesce a distaccarsi da questa dimensione che il film ci propone, attraverso la constatazione di ciò che di bello il mondo ci riserva. E forse soltanto alla fine del film ci si comincia a chiedere perché Garrone abbia voluto insistere tanto su uno stato d’animo così brutto, che si riflette in tutto e per tutto in quelle architetture interamente costituite da cemento e lamiere.

Ci si chiede perché il regista non ci proponga una via d’uscita. Ma evidentemente alla fine la vittoria è proprio di Garrone, che è riuscito a “far star male” lo spettatore del suo film.