Lavoro, è al Sud l’esercito dei precari

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lavoro al sud segnali di ripresa incoraggianti

Segnali di ripresa, sul lavoro, ma non abbastanza. I dati Istat del mese di giugno parlano per esempio di tre milioni di lavoratori presenti in Italia con un contratto a termine.

E a completarli arriva un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che li localizza e li mette a confronto con le altre realtà europee.

Giovani e meridionali, sono i precari d’Italia

È il Sud, come purtroppo spesso accade, a portare la bandiera nera dal punto di vista del precariato nel nostro paese, mentre la fascia più in difficoltà è quella giovanile, quindi i lavoratori compresi tra i sedici e i trentaquattro anni. Un dato in crescita negli ultimi dieci anni, ma che fa comunque registrare un numero minore di “lavoratori temporanei” rispetto al dato medio dell’area euro.

Il problema, evidenziano gli esperti, è che in molti di questi paesi le tutele per i lavoratori precari sono maggiori, così come il turn over (la possibilità di passare da un lavoro all’altro) è piuttosto facilitato. Quasi completamente assente è tra l’altro, in molte realtà soprattutto del Nord Europa, il fenomeno del lavoro nero.

Se si analizza il 2017, così, si scopre che nel Mezzogiorno l’incidenza dei contratti a termine sul totale dei lavoratori occupati è del 19,3% (a dispetto di un 14,8% al Centro e addirittura un 13,7% al Nord).

Meno preoccupante è invece la percentuale dei lavoratori precari rispetto a quella degli occupati totali (il 15,4%). Un numero molto alto, ma inferiore, come detto, rispetto a quello medio altri paesi (media dell’area Euro al 16,2%; Francia al 18%; Spagna 26,6%). Solo la Germania, tra i “grandi” d’Europa, presenta numeri più rasserenanti (solo il 12,8% dei lavoratori a tempo determinato).

Crescita del Pil e lavoro a tempo determinato

Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, ha analizzato i risultati della ricerca: «La crescita dei contratti flessibili registrata negli ultimi dieci anni è correlata all’andamento dell’economia. Se il Prodotto interno lordo si abbassa, il loro numero scende, mentre quando l’economia torna a girare, i precari aumentano.

A nostro parere, il notevole ricorso a questi contratti è collegato a una crescita che è stata e che rimane troppo modesta. Con variazioni del Pil molto contenute, infatti, non possiamo che ottenere una cattiva occupazione, che abbassa la produttività e conseguentemente anche i salari».

Occupati totali e occupati a tempo determinato

È vero che i dati sugli occupati a tempo determinato, in questo primo semestre del 2018 sono abbastanza negativi: ben il 16,6% del totale, con una media di quasi tre milioni di lavoratori; in flessione nel frattempo è il numero di occupati a tempo indeterminato.

È chiaro, insomma, che il ricorso a lavoratori “a termine” aumenti la base di persone occupate (in questo caso, aumento del 2% circa); ma è anche vero che le loro condizioni lavorative sono spesso di precarietà assoluta e che quindi il dato non risulta poi così incoraggiante.

Rimane critica, in senso generale, la situazione per gli “occupati indipendenti” (autonomi) che nel primo semestre 2018 sono diminuiti addirittura dell’1,8%.